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SVETLANA KUNZETSOVA, IL CAPOLAVORO RUSSO

Nelle opere di Fedor Dostoevskij si distingue un aspetto che supera l’ambientazione, che prevarica il tessuto sociale, finendo con il mettere in secondo piano la storia stessa. Come una luce estemporanea, i dilemmi che animano i personaggi di Dostoevskij si divorano la trama; destabilizzando, circuendo, inquietando, conquistando l’ignaro lettore. Questo perché ancor prima di essere personaggi sono incarnazioni, identità che si scontrano nel palcoscenico dell’anima dove la vittoria e la sconfitta sono intersecate tra loro fino ad annullarsi. Forse non è un caso che il 27 giugno del 1985 Svetlana Kuznetsova sia nata a San Pietroburgo, la città che diede i natali al grande romanziere russo. Forse non è un caso che agli esordi qualcuno la definì il genio di San Pietroburgo, come il suo celebre concittadino, per quel suo modo disarmante di porsi, per quel miscuglio di talento, fragilità e follia che le permise di conquistare New York nel 2004, quando era ancora una diciannovenne timida con l’apparecchio ai denti eppure già entrata nelle grazie degli dei del tennis i quali si sa, sono inclini ad essere sedotti dalle storie fuori dall’ordinario, ed in quella russa tutto era straordinario, a partire dai genitori, la madre sei volte campionessa del mondo di ciclismo su pista, il padre allenatore della nazionale sovietica sempre di ciclismo; così come anomala ne fu l’adolescenza strappata alla sua terra per inseguire un sogno, un obiettivo o chissà cosa, forse semplicemente il suo destino in Spagna.
Innalzata e al tempo stesso frenata dai suoi “demoni Dostoevskijani”, Svetlana Kuznetsova ha continuato a scalare la montagna facendo quotidianamente i conti con la sua natura così febbrilmente umana dove tutto si mescola, si contorce, si contraddice; un sottosuolo che le ha impedito di instaurare un proprio regno, di dominare le avversarie, ma che allo stesso tempo l’ha resa una “solista della racchetta”, ineguagliabile nell’imprevedibilità, nell’agitare, nell’irritare, nel prendere dimora nel cuore di un numero non forse stratosferico di devoti, ma i quali non la cambierebbero per e con nulla al mondo. Fragile talento abbagliato dalla sua stessa luce, Svetlana ha inciso per la prima volta il proprio nome nell’albo d’oro di un torneo WTA ad Espoo nel 2002, ha fatto di Bali una sua colonia vincendovi tre volte, ancora diciottenne ha domato l’erba di Eastbourne, ha salutato Stoccarda al volante di una Porsche, ha messo le mani per due volte su Pechino, ha alzato la bandiera russa sul cemento yankee a Miami, New Haven, San Diego, Washington e Flushing Meadow, ha bruciato la terra rossa di Parigi. Eppure la sua unicità va oltre ai 14 titoli che brillano nella sua bacheca, ad affascinare in Kuznetsova è il percorso tramite cui è arrivata ad essi al pari del caos atavico che si è frapposto tra lei ed altrettante vittorie, ad incantare è il suo stile virile eppure affusolato da lampi di luce che infrangono le tenebre di un tennis non più violentato, bensì preso per mano, indirizzato verso un territorio a cui si potrebbe attribuire il nome di “bellezza”, un “non luogo” intriso di quel misticismo russo difficile da comprendere ed impossibile da spiegare che ne la figlia prediletta della sua terra, un capolavoro che si plasma in tutto e per tutto con la profondità, con la dignità, della cultura che l’ha generata.
Tolstoj non apprezzava Dostoevskij, lo accusava di scrivere male, lo considerava un talento crudele, “tarato” da un istinto sadico che tende “ad esagerare le cose” in quanto “nella vita è tutto più semplice e comprensibile”. Se i personaggi di Tolstoj eccedono nella loro perfezione stilistica, nella loro lineare semplicità, i protagonisti di Dostoevskij a volte rimangono inconclusi, altri si lasciano trasportare da sviluppi inattesi e la loro grandezza d’animo è densa di risvolti mistici. Inon luoghi” di Dostoevskij ed il tennis di Kuznetsova sembrano essere due facce della stessa medaglia in quanto l’anima russa di Svetlana si interseca con l’aspetto che più annichilisce dello scrittore: la certezza che per raggiungere il paradiso devi necessariamente attraversare l’inferno.
E nei meandri di un Ade senza nessun Caronte disposto ad indicarle la via, Svetlana Kuznetsova vi è scivolata insieme alle pressioni, ai giudizi sommari, alle critiche feroci che tanta (mala)stampa non si è risparmiata di vomitarle addosso negli anni successivi l’assordante vittoria all’U.S Open, quando qualsiasi cosa facesse non faceva mai abbastanza, pure quando vinceva parecchio e bene, non appena perdeva, in molti non riuscivano a togliersi dalla bocca quel sapore amarognolo, quella sensazione di scontento, c’era sempre un alone di disinganno nelle sue battute d’arresto, chiunque fosse l’avversaria, c’era sempre quel “ma”, quel “però”, che faceva sentire i giornalisti autorizzati ad imputarle delle colpe, fino a darla “per finita”. Ed invece Svetlana Kuznetsova è riemersa, il corpo segnato da tatuaggi, perché in Russia i tatuaggi “si soffrono”, mentre quel delicatissimo meccanismo che avvolge ed alimenta il suo tennis fuori quotazione è stato preso in cura da Carlos Martinez, un uomo che quando la allena, che durante i match, emana un entusiasmo commuovente, quasi Svetlana fosse una ragazzina con ancora una carriera da costruire. Ed invece sono passati quindici anni da quando Svetlana Kuznetsova è diventata professionista, quasi undici da quando gli dei del tennis le hanno aperto i cancelli dell’Olimpo, sei da quando in una Parigi densa di nubi divenne la regina della stagione sul rosso, esattamente trenta da quando nacque a San Pietroburgo.
Nel suo capolavoro, “L’idiota” la bellezza per Dostoevskij è destinata a salvare il mondo, incaricata com’è a colmare il vuoto, di sanare il disordine trasformandolo in armonia, in pace. Quella pace che è forse spesso mancata a Svetlana, quel vuoto che ha forse troppo spesso avvertito sotto ai piedi e da qui la spinta  al volo, ad una carriera sopra alle righe, consapevole del rischio di poter sempre cadere ma anche di possedere le carte per poter sempre rialzarsi per tagliare ancora un grande traguardo. Quasi fosse stato il “genio crudele” di Dostoevskij a riempire di inchiostro le pagine della vita di Svetlana Kuznetsova, esse trasudano di sacrificio, di talento, di incoerenza, di audacia, di fragilità, di amore per il tennis. E in ognuna di queste pagine si riassume quanto ammette il cuore nero di Rogozin al cospetto della purezza del principe Myskin, perché per Svetlana Kuznetsova vale lo stesso: “quelli come te Dio li ama”.

TENNIS - INTERNATIONAUX DE FRANCE - ROLAND GARROS 2014 - PARIS (FRA) - 1/4 DE FINALE - KUZNETSOVA SVETLANA (RUS). PHOTO : PHILIPPE MONTIGNY / FFT

photo by Philippe Montigny

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