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SVETLANA KUZNETSOVA, INDECIFRABILE SCIARADA

Le dissero in tutti i modi che era una semifinale chiusa. Nessuna chance, o forse no, chissà, mai dire mai, ma era davvero molto, molto improbabile che scampasse a Lindsay Davenport. Così dicevano tutti. Troppe differenze. Prima di tutto le dissero che era più forte. Secondo voi, per me no. Il peso dell’esperienza avrebbe svolto un ruolo determinante. Ed il pubblico, così politicamente yankee, avrebbe fatto il resto. Tutto qui? No. Non  reggerà la pressione. Ma che pressione può avere se tutti la considerate sfavorita? Nel bel mezzo del match avrà un cedimento. O cadrà sul più bello. Magari avrà pure match point. Ma andrà via di testa. Come ha fatto altre volte. Se accadrà, pazienza. Un conto però è quando è successo a Parigi. Eri già lì. Ma andare a New York in previsione di una finale che probabilmente non giocherà mai… Puoi scegliere di non partire. E invece io scelgo di partire. Come fidarsi di lei? Non avrai mai certezze. Da lei puoi aspettarti di tutto. E allora perché non aspettarmi che sia lei a vincere? Perché queste cose accadono solo nei film. O nei sogni.

Quella semifinale, in effetti, si rivelò chiusa. Almeno fino al 6-2 2-1 a favore di Lindsay Davenport, con tanto di break a favore. Poi il match prese un’altra piega. Nel secondo set la statunitense non fece più un game. Ed il terzo parziale lo vinse Svetlana Kuznetsova per 6-4. Cosa accadde? Quale fu la chiave dell’incontro, la persona interessata, non sa dirvelo. Quella semifinale lei non la vide mai, non in diretta almeno. Mentre Davenport e Kuznetsova si contendevano il passaggio in finale, la persona che parenti e amici cercarono di dissuaderla in tutti i modi dal partire, era seduta su un aereo diretto a New York. Il risultato lo lesse in sovrimpressione in una tv dell’Aeroporto Internazionale John Fitzgerald Kennedy. Di quel 2-6 1-2 lo avrebbe saputo più tardi ancora.

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11 settembre 2004. Questa la data in cui si svolse il film. O forse il sogno. La serata in cui proseguì quel qualcosa di indefinibile iniziato tre anni prima in uno strampalato ITF dove capitò per caso, così come per caso capitano tutte le cose destinate a lasciare il segno; quando in un primo pomeriggio graffiato da una luce abbagliante vide per la prima volta una ragazzina russa che non aveva ancora compiuto sedici anni; Svetlana Kuznetsova, così si chiamava. Aveva già le gambe muscolose e il diritto letale. L’incastro avvenne così, senza un perché.

Alle 8 di sera appare Jessye Norman affiancata dai Boys Choir. La versione che propongono di “God Bless America” è qualcosa di toccante. Poi ci fu quel minuto di silenzio lungo un secolo. Un silenzio senza fine in memoria delle vittime dell’attacco del 2001 alle Torri Gemelle e degli atti di terrorismo rivolti contro la Russia nemmeno dieci giorni prima alla scuola di Beslan. Trenta minuti dopo ha inizio la prima finale tutta russa della storia dell’Us Open. Svetlana Kuznetsova entra in campo con un berrettino riportante la sigla New York Fire Department. Dal primo anello delle tribune dell’Arthur Ashe Stadium è impossibile distinguere la scritta, ma quello scatto sarebbe stato destinato a fare il giro del mondo.

Cosa ricordo di quell’incontro? Se di Il posto delle fragole potrei raccontare ogni scena, ogni stacco, ogni battuta; di quella finale ho stampata nella memoria ogni sequenza. Il primo 15 è un diritto in corridoio in uscita dal servizio. Di diritti ne avrebbe spediti fuori altri tre. Break a zero. Dopo il cambio campo però Svetlana entra in partita. 1-1. L’allungo arriva al sesto gioco; per il 4-2. Un ace scocca il 5-2. Dopo 29 minuti è 6-3. L’impressione generale è che non ci sia storia. Che non ci possa essere. Invece, quel calo che tutti sembravano auspicare arriva in avvio di ripresa. Elena Dementieva sfila sul 2-0. A Svetlana però, basta far salire di poco l’asticella ed è subito 2-2. Ma niente da fare, un altro black-out. Elena annaspa una seconda fuga e si issa 4-2. Qui Svetlana riprende a disegnare il campo, a solcarlo, e si siede sul 3-4. La parità arriva, ma lei si inceppa nel nono gioco quando spreca una palla break. Deve ancora inseguire. 4-5. Poi è tutta una discesa libera. Un turno di battuta tenuto a zero. Break a 15 per il 6-5. Il 40-0 è un baleno. Il primo match point si polverizza in corridoio. Il punto del trionfo viene con un ace. Non di prima, di seconda. Cose che capitano solo nei film, nei sogni, o l’11 settembre del 2004.

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Quella notte Svetlana Kuznetsova non inventò nulla di nuovo. Non mostrò nessuna nuova strada. Non promise niente a nessuno. In una notte, a soli diciannove anni, mise ai suoi piedi il circuito WTA senza rendersene conto e quando capì di cosa era stata capace non le rimase che scusarsi. Lei non aspirava al GOAT, non credeva nemmeno che avrebbe mai vinto uno slam, non voleva essereil tennis”; sapeva di non possedere gli equilibri di Steffi Graf o delle sorelle Williams, di non essere una cannibale come Monica Seles o Justine Henin, di non poter contare sulla concretezza di Chris Evert, di non poter riprodurre la glaciale perfezione di Martina Hingis. In lei non c’é mai stata traccia di presunzione. Non ha mai sfoggiato il talento smisurato che aveva avuto in dono. Non ha mai conosciuto la cattiveria. Alla ferocia agonistica ha sempre preferito far valere la sua indole da fighter.  Non è mai ricorsa a scorrettezze, a sotterfugi. Per intravedere il suo primo nemico le bastava guardarsi allo specchio.

A Svetlana Kuznetsova non interessava essere una macchina da guerra. Le era bastata una notte per sedurre gli dei del tennis, ma sapeva, sentiva, che la sua sarebbe stata una sinfonia troppo difficile da suonare. Non le rimase che chiedere alla massa di accettarla, così, com’era. L’invenzione era lei, nel suo profondo, ma quella notte aveva proposto al nume tutelare del nobil gioco qualcosa di inaccettabile: i contorni di un orizzonte perennemente in bilico tra il giorno e la notte. Suggerì che l’eternità non era la ripetizione, ma l’acuto perfetto. Ignara della propria grandezza, si propose artista al pari di Caravaggio: una figura sospesa tra luce e oscurità, talmente determinate nelle vittorie quanto nelle sconfitte da abolire il contorno delle proprie gesta.

Le bastò una notte per anticipare il futuro. I suoi trionfi sarebbero state apparizioni emerse dal buio, lampi di luce tese ad infrangere le tenebre di un tennis non più violentato, bensì preso per mano, indirizzato verso a un qualcosa di virile e fragile insieme, un tennis deliziato dal suo talento ma allo stesso tempo sfregiato dall’incapacità di governarlo, di domarlo; di convivere in armonia con quella scintilla capace di illuminarne il gioco, ma anche di ottenebrarlo, di farlo ardere, di spegnerlo. Ancora, e ancora.

Aveva il mondo in tasca, Svetlana. Ma le sue tasche erano troppo grandi. Eppure non fu lei a perdersi. Lei non aveva una meta. Fu il mondo a disorientarsi. Fu la massa a non riconoscersi nelle sue fragilità, nelle sue passioni, nelle sue contraddizioni, nel suo essere esasperatamente russa. Lei non ingannò nessuno. Semplicemente nessuno riuscì a comprenderla, a interpretarla. Come la Monnalisa si ritrovò strappata dalla sua vita per essere fissata su una tela con un espressione enigmatica. Un elenco infinito di titoli, di record battuti, questo chiede, comprende la massa. E lei questo non lo poteva fare. Sarebbe stato sufficiente correre il pericolo di accettarla per quella che era. Ma la massa vuole certezze, concretezza, coerenza. E lei questo non lo poteva garantire. L’universo di Svetlana Kuznetsova non è mai stato un teatro dove cullarsi in assenza di gravità, il suo scopo non era conquistare pianeti, no, lei voleva semplicemente accendere le stelle.

Svetlana Kuznetsova: la prima russa che ha divorato la Grande Mela, l’ultima teenager ad alzare al cielo un trofeo del Grande Slam quando lasciò senza parole la chiassosa New York, la metropoli ferita da quel diritto che Bud Collins definì «micidiale», il cemento calpestato da quella ragazzina con l’apparecchio ai denti a fare da contrasto con il  suo sorriso timido, ma raffinatissimo. Un tennis vigoroso, che custodisce in sé la consistenza del marchio spagnolo e la mistica follia della terra che le ha dato i natali, la sconfinata e indefinibile Madre Russia.

Eppure non ci misero tanto a definirla né nel pre-Us Open 2004, quando alcuni sostenevano che non avrebbe mai vinto una prova del Grande Slam, né nel dopo-Us Open 2004, quando una parte di incrollabili detrattori erano pronti a giurare che non ne avrebbe vinti altri di Slam, ed invece cinque anni dopo si sarebbe incoronata regina di Parigi; mentre gli adulatori (la maggior parte dei quali rapidissimi a saltare su e giù dal carro) ipotizzarono che avrebbe toccato la doppia cifra quanto a grandi prove. Tutti pronti ad accusarla di qualcosa, a ridimensionare i suoi titoli in proporzione alle sue cadute, a revisionare ciò che faceva rivendicando «ciò che avrebbe potuto, dovuto fare, e non ha fatto».

Il suo errore, la sua colpa, sempre basandosi sulle sentenze di giornalisti e addetti ai lavori, sono sempre stati i suoi black-out, i cali di concentrazione, forse l’incapacità di isolare il campo da tennis dal quotidiano, da sé stessa, dalla sua crescita umana, il non essere riuscita ad arginare quella corrente di detriti che nel 2010 l’avrebbe spinta fuori dalla top ten e poi sempre più distante, le folgorazioni sempre più sporadiche, mentre cresceva la sensazione di una sofferenza nell’approccio al match, nella personalità, al pari del ginocchio scricchiolante, in sincronia con il tabellino dei titoli bloccato a 13 per quasi quattro anni.

Tuttavia, l’unicità di Svetlana Kuznetsova non ha prezzo. Impossibile restarle indifferenti, catalogarla con parole spicciative. Quando la si nomina si aprono parentesi, inevitabili digressioni, si finisce immancabilmente per perdere di obiettività, nel bene quanto nel male, e questo perché Svetlana Kuznetsova riesce sempre ad emozionare, agitare, irritare, conquistare.

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Quel puzzle che sembrava ormai irrimediabilmente stracciato ha iniziato a ricomporsi nella primavera del 2014. E così, se sulle ali della giovinezza erano le intermittenze a suscitare scalpore, rabbia, fatui punti interrogativi, a distanza di cinque anni sono stati alcuni picchi, alcune giornate impossibili da arginare per le avversarie, ad ingigantire la già di per sé indecifrabileSciarada Kuznetsova”; la giovane purosangue diventata donna, sospinta da motivazioni che custodiscono le tracce di un passato comprensibile a lei sola, scritto sul corpo, spronata da un altro Roland Garros sfuggitole per molto meno di quanto si sia portati a credere, la bandiera russa issata su Washington, la magia con cui ha battezzato Madrid, il trionfo nella sua Mosca, affermazioni che le hanno restituito l’abitudine a vincere “match di peso”, per quindi abbracciare il 16esimo sigillo in carriera in quel di Sydney, l’ultimo atto disputato a Miami con tanto vittoria su Serena Williams; nel nome di una corsa che dipende in larga misura da lei sola, un simposio tra natura e grazia, due rette che proseguono fianco a fianco, all’infinito, senza mai vedersi, senza mai sfiorarsi. Eppure l’una consapevole dell’esistenza dell’altra, l’una disperatamente innamorata dell’altra.

In perfetta simbiosi con l’indole dei geni, i capolavori di Svetlana Kuznetsova sono densi di chiaro-scuri, a tinte forti ed è impossibile comprendere se sia la luce a combattere, a contorcersi, a ribellarsi fosse pure per autolesionismo, nel tentativo di squarciare l’oscurità, o viceversa. Se fosse vero quel che sosteneva Plutarco, ossia che ogni essere umano destinato a grandi cose ha a sé legata unasciarada” e partendo dal presupposto che la prima è associata ad Alessandro il Grande – il quale durante l’assedio di Tiro aveva sognato di inseguire e catturare un satiro e da qui: σάτυρος (satyros) e σα Τύρος (sa Tyros), ovvero “Tiro è tua” – quella cucita addosso a Svetlana Kuznetsova appare assai più machiavellica, avvolta nella nebbia o più semplicemente custodita in una visione onirica destinata a dissolversi al risveglio, seppur solo in parte, perennemente sospesa tra sogno e realtà, che ti lascia negli occhi un’insaziabile senso di aspettativa, un pericolo respinto, una pace precaria, una preghiera esaudita ma di cui non ricordi i versi.

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